LE FORME DI PRODUZIONE SUCCESSIVE

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NELLA TEORIA MARXISTA . 1960 . 1980
arteideologia raccolta supplementi
made n.15 Maggio 2018
LA RIPRESA DELLE OSTILITÀ
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FORMA PRIMARIA . CAPITOLO 2 . 1

Natura, lavoro e produzione 

Nel comunismo primitivo, le condizioni di esistenza dei produttori sono dunque essenzialmente naturali, poco aggiungendo il lavoro umano ai prodotti naturali, spontanei, della natura, la quale è perciò il primo presupposto della produzione. In origine, dal momento che l'uomo stesso è un prodotto della natura, non vi è opposizione o differenza tra la sua forza lavoro naturale e le condizioni naturali del suo lavoro. In questo senso, può dirsi che l'uomo è padrone di – meglio: in armonia con – le proprie condizioni di produzione: queste non sono ancora risultato della produzione umana e non possono dunque ancora dominare od opprimere i produttori, sui quali pesa con tutta la sua preponderanza fisica solo la natura.
In pratica si può affermare che gli uomini delle società primitive si siano accontentati di vivere della natura semplicemente raccogliendo e collettando: essi hanno  sempre lavorato [1], giacché anche dove si tratta di trovare e scoprire, ciò richiede subito uno sforzo, un lavoro – come nella caccia, nella pesca e nella custodia delle greggi –, cioè una produzione, ossia lo sviluppo di certe attitudini da parte del soggetto (p. 472).
Nelle prime sue manifestazioni quasi istintive, il lavoro non è nient'altro che l'espressione di forze della natura. Esso è un processo svolgentesi immediatamente tra uomo e natura; un processo nel quale l'uomo media, tramite il suo corpo, il ricambio organico con la natura: egli agisce nei confronti della sostanza naturale come una potenza naturale. Mette in moto le forze naturali formanti il suo corpo, mani, gambe, testa, tronco, per appropriarsi la materia naturale in una forma utilizzabile per la sua vita. Agendo con questo movimento sulla natura esterna, e modificandola, egli modifica nello stesso tempo la natura sua propria: sviluppa le facoltà e le potenzialità che sonnecchiano in lui.[2]
Il comunismo primitivo dimostra perfettamente come il lavoro non sia l'unica fonte della ricchezza: la natura è la fonte dei valori d'uso (e in ciò consiste la ricchezza materiale!) altrettanto quanto il lavoro, il quale non è che la manifestazione di una forza vivente, la forza lavoro umana.[3]
A questo stadio, la natura si manifesta nell'esistenza naturale dell'uomo, ma essa resterà a lungo indipendente dalla sua creatura, che solo nel comunismo superiore la trasformerà secondo i propri fini umani. Nel primitivo comunismo, invece, il lavoro fa ancora parte integrante, è perfino una espressione della natura. Questa dipendenza da madre Natura spiega l'attitudine soggettiva di carattere quasi religioso dei primi uomini: essi divinizzano le forze (benefiche o malefiche) che la natura mette a loro disposizione, la cui superiorità li domina al punto da ispirar loro venerazione. La loro religione non è dunque una "superstizione", ma esprime una realtà che corrisponde al rapporto esistente tra natura e uomo, oltre a rappresentare la codificazione delle esperienze acquisite e ad esprimere i rapporti di dominio naturale di allora.
All'inizio del ciclo dell'umanità, natura e lavoro erano i soli presupposti della produzione, e pur essendo strettamente legati, la natura dominava di gran lunga il lavoro. La combinazione di natura e lavoro umano crea, da una parte, i prodotti del lavoro consumati dall'uomo, dall'altra quelli che servono all'uomo divenuto produttore come mezzo (o strumento) di lavoro. In queste condizioni, lo stesso fondo di consumo fa ancora parte integrante del fondo di produzione. La terra (nella quale è compresa l'acqua) che fornisce all'uomo ogni sorta di approvvigionamenti, è trovata già pronta senza l'azione dell'uomo, come oggetto generale del lavoro umano. Tutte le cose che il lavoro stacca semplicemente dalla loro connessione immediata con la terra sono oggetti di lavoro preesistenti in natura: così il pesce, che viene preso strappandolo al suo elemento naturale, l'acqua; così il legname abbattuto nelle foreste; così la pietra strappata a viva forza dalla roccia. L'oggetto di lavoro diviene materia grezza o strumento primitivo – dice Marx – quando l'oggetto naturale di lavoro è già filtrato dal lavoro, cioè quando ha già subito una modificazione tramite il lavoro.
Per impadronirsi degli alimenti già pronti in natura, frutti, ecc., il corpo o gli organi del corpo servono come mezzo (strumento) di lavoro. Molto presto l'uomo prolungherà il proprio corpo prima con oggetti già preesistenti in natura, i quali allora non sono più oggetti di lavoro, ma mezzi di lavoro (utensili). Così gli oggetti naturali diventano l'organo della sua attività, un organo che l'uomo aggiunge al proprio corpo.
La terra, come è la sua riserva di approvvigionamento alimentare, così è il suo primitivo arsenale di mezzi di lavoro. Per esempio, gli fornisce la pietra di cui si serve per il lancio, per levigare, macinare, pestare, tagliare ecc.
Impercettibilmente, grazie al lavoro umano, la terra diventa mezzo di lavoro. Il lavoro, appena abbia raggiunto un certo grado di sviluppo, non può più operare senza il concorso di prodotti già elaborati che servono da mezzi (strumenti) di lavoro. Nelle caverne più antiche si sono trovati arnesi di pietra. Attraverso il lavoro l'uomo giunge tuttavia ben presto a un'altra conquista: anziché andare alla ricerca di animali come prodotti finiti della natura, egli li addomestica, li ammaestra, li riproduce e li migliora mediante il lavoro. Egli ha già domato il fuoco, filtrandolo attraverso il lavoro, dal momento che lo "riproduce" strofinando due pietre; e l'agricoltura nasce quando il lavoro ha appreso a "filtrare" le piante, cioè a conservarle e a riprodurle. È l'inizio di quel che si chiama il processo di produzione, in cui i prodotti naturali verranno trasformati o migliorati.
L'impiego e la creazione di mezzi di lavoro, sebbene si riscontrino, in germe, anche presso alcune specie animali, caratterizzano tuttavia il meglio del processo di lavoro specificamente umano: le vestigia degli antichi mezzi di lavoro hanno per lo studio delle forme economiche delle società scomparse la stessa importanza che la struttura dei reperti ossei ha per la conoscenza dell'organizzazione delle razze estinte. Come dice Marx, non che cosa si produce, ma come e con quali mezzi di lavoro la si produce, distingue un'epoca economica dall'altra. Gli strumenti o mezzi di lavoro sono non soltanto i gradimetri dello sviluppo del lavoratore e delle forze produttive, ma il criterio per definire i rapporti sociali nel cui ambito l'uomo lavora.
Nel capitolo del Capitale che abbiamo qui riportato nel contesto della genesi storica dopo averne ripreso le definizioni fondamentali, Marx analizza il processo di produzione scomponendolo nei suoi elementi costitutivi. Abbiamo perciò un saldo elemento di comparazione delle forme di produzione successive (si veda lo schema annesso).

Nel comunismo primitivo, queste forze produttive (forza lavoro, oggetto e mezzo di lavoro) sono reciprocamente legate e dominate dalla natura che le determina in ogni senso. A stabilire infatti il carattere dei rapporti sociali sono anzitutto la comunità consanguinea e l'ambiente naturale. Perché i mezzi materiali di produzione pervengano a condizionare i rapporti di tutta la società, occorrerà un lunghissimo e complesso rivoluziona­mento dei rapporti sociali e produttivi.
Nell'annesso schema sulle Forme di produzione successive, le prime colonne riguardano le forze produttive. Esse danno una visione d'insieme dell'evoluzione che va dal lavoro umano al mezzo di lavoro nella forma primaria del comunismo primitivo: forza lavoro, oggetti e mezzi di lavoro ricevono la loro forma specifica dai presupposti naturali e comunitari, determinando – conformemente alla concezione del materialismo economico e storico di Marx – gli altri rapporti dell'edificio sociale, fino alle sovrastrutture. Essi sono però legati, e sarà compito dello sviluppo ulteriore differenziarli e dar loro un carattere sempre più autonomo, con la crescente divisione del lavoro. 

Parti costitutive del processo di produzione 

I presupposti naturali del comunismo primitivo e l'interazione delle diverse parti componenti il processo di produzione determinano la forma specifica della distribuzione o dei rapporti sociali. Mentre la comunità di sangue dà gli elementi della lingua, della razza, dei costumi ecc, la terra è il grande laboratorio o arsenale nel quale gli uomini attingono materiale e oggetto di lavoro, e fissano la sede, la base della loro comunità. Questa distinzione è essenziale per afferrare sia i rapporti del comunismo primitivo che la futura evoluzione verso il crescente dissolvimento dell'originaria unità sociale.
Consideriamo anzitutto l'articolazione tra le condizioni naturali e le parti costitutive del processo di produzione. In queste definizioni logiche introduciamo considerazioni storiche, presentandole nell'ordine del loro sviluppo che parte dalla natura, ma tutti questi fattori acquisteranno immediatamente  un  carattere  duplice,  condizionato l'uno  dall'elemento naturale, l'altro dall'elemento sociale (che deriva anch'esso in origine dalla natura):
1. L'OGGETTO DEL LAVORO (i cui limiti sono all'inizio molto elastici: nel comunismo   primitivo   tutti   i fattori  della produzione  ne provengono più o meno, poiché forza lavoro e mezzo di lavoro sono allora naturali) è relativo alle condizioni:
a)  naturali: materie naturali come terra e acqua che si trovano belle e pronte   nella  natura  ed  esistono  indipendentemente  dal  lavoro  umano. Originariamente, l'oggetto di lavoro è la fonte di tutti gli altri fattori, essendo costituito dalla natura stessa. La delimitazione tra le condizioni naturali e sociali  del mezzo di lavoro così come tra oggetto e mezzo di lavoro è, soprattutto all'inizio, molto vaga, poiché il secondo deriva storicamente dal primo.
b) sociali: materie prime che si distinguono dalle materie naturali solo perché già "filtrate"  da un  certo lavoro umano che  le adatta alla sua produzione, ad esempio come materia ausiliaria del lavoro.
2. IL MEZZO DI LAVORO (nel quale interviene all'inizio "la natura dell'uomo", allorché l'uomo utilizza, ad esempio nella raccolta, il proprio corpo come strumento) è relativo anch'esso alle condizioni:
a) naturali: forze della natura, proprietà del suolo, dell'acqua, del clima, corrispondenti a un genere determinato di vegetazione o di fauna, condizioni del processo di produzione in cui si compie la prima grande divisione del lavoro (che niente ha a che vedere con fattori naturali quali l'età o il sesso, ma risulta bensì da un superiore sviluppo dei fattori di produzione: l'allevamento si separa dalle altre produzioni per divenire autonomo e in seguito predominare su tutte le altre attività). Marx ne indica l'origine nelle condizioni materiali offerte dalla natura: le molteplici comunità trovano nell'ambiente naturale mezzi di produzione e di sussistenza differenti.[4]
Nell'Origine della famiglia, all'inizio del capitolo Barbarie e civiltà, Engels ne spiega lo sviluppo: In Asia, l'uomo trovò animali adatti per essere prima addomesticati e poi allevati. Un certo numero di tribù - gli Ariani, i Semiti e forse anche i Turani - fecero dell'addomesticamento, della cura e dell'allevamento del bestiame la loro attività principale. Queste tribù di pastori si separarono dal resto dei barbari: prima grande divisione del lavoro. Esse producevano viveri non solo in quantità maggiore rispetto agli altri barbari, ma anche di diversa qualità. Avevano non solo più latte, latticini e carne, ma anche pelli, lana, pelo caprino e filati e tessuti la cui produzione aumentava con l'aumento della quantità della materia prima. Con lo sviluppo dell'allevamento, sorgono produzioni nuove – tessitura, filatura ecc. – che diranno slancio all'artigianato, anzitutto domestico, che resterà però a lungo indissolubilmente legato all'agricoltura. In questo passo, Engels rileva anche un altro risultato essenziale di questa prima divisione del lavoro, ossia che per la prima volta diviene possibile uno scambio regolare tra diverse comunità.
Marx chiarisce tutti questi rapporti precisando l'origine (e la natura) di ogni nuovo strumento di produzione. Nei Grundrisse, egli sottolinea che le "appendici della natura" utilizzate dall'uomo, una volta staccate, gli servono come mezzo di lavoro, mentre la terra resta l'oggetto del lavoro.
Egli distingue così la terra dagli armenti: di fatto ci si appropria e si riproduce solo l'armento, non la terra; questa viene utilizzata ancora in comune, temporaneamente, a ogni tappa della migrazione (p. 470). La proprietà privata riguarda dunque in primo luogo l'armento, e introdurrà nella società il predominio degli uomini – del patriarca. Essa parte perciò non dall'oggetto di lavoro (la terra), ma da un mezzo di lavoro. La terra si rivela infatti assai reticente di fronte allo sviluppo nel suo grembo della proprietà privata. Ciò avrà una importanza fondamentale per lo sviluppo ulteriore della forma di produzione, e ci conduce ben oltre la società comunista primitiva nella quale si è operata questa prima distinzione che le sarà fatale.[5]
b) sociali: strumenti, utensili. Essi dipendono, da una parte, dalle condizioni fisiche , della natura ambiente che forniscono le "appendici naturali" che l'uomo stacca dall'oggetto del lavoro, la terra, questo grande arsenale di utensili, e, dall'altra parte, dalle caratteristiche fisiologiche e razziali dell'uomo, con la sua particolare abilità e destrezza, che sono già frutto di uno sviluppo storico.
3. LA FORZA LAVORO comprende a sua volta gli elementi:
a) naturali: essere o natura dell'uomo, particolarità fisiologiche, razza e caratteri nazionali. I semplici fattori dell'età e del sesso determinano una divisione del lavoro ancora tutta naturale, benché estremamente variabile nella produzione e nella società.
b) sociali: organizzazione, qualificazione (abilità, capacità e sapere). Nella comunità di sangue delle società primitive, i due fattori sono intimamente legati, se non mescolati, poiché l'elemento sociale deriva inizialmente dalla stessa natura. Gli elementi acquisiti o modificati dalla conquista di nuove capacità sviluppate nell'ambito del lavoro e della vita si combinano  infatti  alla  natura originaria  dell'uomo,  sicché  gli elementi addizionali non possono più distinguersi da quella.
I legami naturali di sangue e di parentela che nel comunismo primitivo rappresentano i rapporti sociali, possiedono una grande elasticità e molteplici capacità di sviluppo. Ciò spiega la notevole facoltà di adattamento di questa forma primitiva a tutti i dati climatici e fisici del mondo e la sua sopravvivenza nelle regioni più sfavorevoli fino all'epoca moderna.
4. IL PRODOTTO DI LAVORO, di cui distinguiamo due facce essenziali che in seguito si suddividono anch'esse. Non faremo qui alcuna distinzione tra la sua origine naturale o sociale, dal momento che facciamo derivare questo prodotto dal processo lavorativo e ne escludiamo per definizione le sostanze naturali non filtrate dal lavoro.
a)  i  prodotti immediati  del  lavoro,  i  frutti  diretti  del  processo lavorativo, che possono, o essere consumati dagli uomini, o servire come materia prima o come mezzo di produzione (strumenti, utensili) per il processo di produzione o, meglio, di riproduzione.
b)  i prodotti sociali del lavoro che si sviluppano soltanto a poco a poco nel comunismo primitivo per dar luogo – attraverso la combinazione sociale della  forza  lavoro  con  l'oggetto  e  il  mezzo  di  lavoro – al modo di distribuzione, ossia ai rapporti sociali o alla divisione del lavoro, all'organizza­zione sociale e alle sovrastrutture proprie di ogni forma sociale.

Se nel comunismo primitivo gli uomini erano ancora ben lungi dal dominare la natura, essi non erano però ancora dominati dalla propria produzione, come, malgrado il "meraviglioso progresso" della tecnica, accade nel capitalismo.

Non appena il comunismo primitivo attinse uno sviluppo che diede slancio ai fattori, ancora legati tra loro ma già specifici, del processo di produzione, il primo passo per accrescere le forze produttive che dovevano dissolverlo era compiuto. Il primo comunismo ha potuto conoscere sviluppi complessissimi, assai diversi l'uno dall'altro. I mezzi di sussistenza potevano talvolta scarseggiare in un luogo e abbondare in un altro, ma giammai potevano  aversi  rivolgimenti  sociali  non  voluti, una rottura dei legami comunitari, una divisione della gens e della tribù in classi antagoniste e in lotta tra loro. La produzione evolveva certo entro limiti molto angusti, ma ... i produttori erano padroni del prodotto. Questo era l'immenso vantaggio della produzione barbarica, che andò perduto con l'avvento della civiltà: riconqui­starlo, ma sulla base del possente dominio, ora raggiunto, della natura da parte dell'uomo, e sulla base della libera associazione oggi possibile, sarà il compito delle generazioni future.[6]
E Marx ribadisce la medesima idea di un ritorno dell'umanità ai rapporti comunitari della società primitiva sulla base delle conquiste tecniche create  dal lavoro dei proletari: La migliore prova che lo sviluppo della comunità primitiva interessa la corrente storica della nostra epoca, è la crisi fatale subita dulla produzione capitalistica nei paesi d'Europa e d'America dove essa si è fatta, crisi che finirà con la sua eliminazione e col ritorno della società moderna a una forma superiore del tipo più arcaico, in cui produzione e appropriazione erano collettive.[7]
Una cosa è comunque certa per Marx-Engels: le società della proprietà privata non possono che essere transitorie, dal momento che il loro principio è la crescente dissoluzione dei rapporti sociali. Nessuna società può mantenere durevolmente né il dominio sulla propria produzione né il controllo sugli effetti sociali del suo processo di produzione se non sopprime lo scambio tra individui [8]. Il confronto tra i rapporti sociali della società primitiva e quelli delle società di classe va a tutto vantaggio della prima: L'infantile mondo mitico si presenta come un mondo superiore. E lo è effettivamente ogni qualvolta si cerca una immagine compiuta, una forma e dei contorni ben definiti. Esso è soddisfazione da un punto di vista limitato; mentre il mondo moderno lascia insoddisfatti, o, se soddisfa, è trivile (p. 467).
La società del comunismo primitivo sviluppò due livelli della produzio­ne con la tecnologia corrispondente: si veda nello schema allegato la prima casella, colonna forma primaria. Il dettaglio si trova nei Grundrisse e nella sezione III del Capitale I al capitolo dal quale abbiamo tratto le definizioni degli elementi componenti il processo di produzione. Engels ripercorre questo cammino all'inizio dell'Origine della famiglia, nella sua classificazione dei periodi storici, rubrica degli Stadii preistorici della civiltà.
Il primo di questi livelli di produzione è quello dell'appropriazione diretta, ossia la raccolta di frutti e radici, la cattura di selvaggina e pesci, mediante le quali l'uomo si appropria i prodotti finiti della natura. Poi c'è il livello superiore della riproduzione, sviluppatosi sulla base del precedente: dapprima si conservano accuratamente i prodotti trovati già pronti in natura fuoco, acqua, selvaggina, pesce – per quando se ne avrà bisogno, quindi si cerca di riprodurli, per esempio con l'allevamento dopo l'addomesticamento.
In questo secondo livello di economia riproduttiva delle piante e del bestiame (l'agricoltura nel senso lato del termine ingloba anche la pesca e le miniere), l'uomo stesso RIPRODUCE con la propria attività i prodotti di cui ha  bisogno.  Se forme superiori della economia di appropriazione diretta possono superare in certi casi limite il rendimento dell'economia riproduttiva, è tuttavia indubbio che le forme del lavoro riproduttivo nell'insieme sono, fondamentalmente, superiori ai diversi tipi di appropriazione immediata, e ciò in ragione della capacità superiore delle forze produttive messe in movimento. 

Condizioni naturali e modi di produzione 

Nello schema sulle Forme successive, le prime caselle riguardanti le forze produttive danno una visione complessiva di come la forza lavoro sviluppa i suoi mezzi di lavoro nel corso della forma primaria. Ribadiamo a questo proposito che nel comunismo primitivo, contrariamente a quanto avviene ad esempio nel capitalismo, queste forze produttive non erano ancora decisive per la determinazione delle forme di distribuzione e di produzione. Proprio   da  tali  differenze  specifiche è caratterizzata ciascuna forma  di produzione,   senza   che   per  ciò   venga  messa  in   dubbio  la  concezione fondamentale del materialismo economico. Marx ribadisce infatti incessante­mente che tale visione oltrepassa di gran lunga l'economia di meschina concezione capitalistica. Abbiamo già visto che Marx considera ad esempio la lingua o la razza come fattori economici, e annovera tra questi anche la violenza rivoluzionaria che permette di passare da un modo di produzione inferiore a quello superiore. Già Lenin sottolineava, d'altronde, che Marx CONCEPIVA l'economia nel senso assai ampio, di tutto ciò che direttamente o indirettamente concerne la produzione, mentre i borghesi considerano come economico tutto quanto da vicino o da lontano ha a che fare col denaro. Nel Capitale, l'economia viene definita come un atto biologico di metabolismo tra uomo   e   natura,   definizione   in   senso   umano   e  non  mercantile   della produzione. In maniera perfettamente coerente, Marx vede dunque le due prime forze produttive del comunismo primitivo nella comunità consanguinea e nella natura ambiente. Meglio: questi due presupposti generano gli elementi immediati del processo di produzione che, nel capitalismo, formano la base economica dei rapporti sociali e di classe, e condizionano tutte le sovrastrutture.
Scopo di questo studio è di mettere in evidenza i giganteschi rivolgimenti che modificano o trasferiscono rapporti e strutture di una determinata forma di produzione al fine di produrne un'altra. I rapporti capitalistici hanno così integrato molti rapporti del passato, modificati dalla luce che conferisce loro il rapporto capitale-salariato-rendita fondiaria e trasferiti talvolta fin nelle sovrastrutture, come ad esempio le nazionalità oggi istituzionalizzate o i fattori di razza che girovagano nelle teste e nella propaganda, mentre a livello dell'individuo questi fattori biologici hanno perso qualsiasi efficacia produttiva. 
Col progressivo allentarsi dei legami consanguinei, il fattore razza cambia, in ciascun modo di produzione, di contenuto come di posto, di peso come di ruolo, nella dinamica economica e nel livello dell'edificio sociale. Con il loro spirito fossilizzato, le bande di Hitler, come i razzisti dell'Urss, del Sudafrica, degli Stati Uniti e dell'Europa sono impotenti ad afferrare questa dialettica.
Nelle prime società, i tre fattori del processo di produzione erano talmente fusi da essere difficilmente distinguibili. Non cosa si produce, ma come si produce, distingue la produzione e i rapporti sociali. Il frumento si produce infatti nel capitalismo odierno come si produceva nella Roma schiavista. Nella determinazione del modo di produzione, la distribuzione prevale quindi – giusta Marx all'inizio dei Grundrisse – sulla produzione: Preoccupato soprattutto di cogliere la produzione moderna nelle sue strutture e nelle sue articolazioni sociali determinate, Ricardo si dimostra l'economista per eccellenza della produzione. Proprio per questo egli afferma che il vero tema dell'economia moderna non è la produzione, ma la distribuzione. Da ciò risulta una volta di più la scipitezza degli economisti che vedono nella produzione delle categorie eterne e relegano la storia nella sfera della distribuzione.[9]
I legami naturali di parentela hanno dunque determinato i rapporti sociali del comunismo primitivo appena emerso dalla natura ed è stato necessario attendere un forte aumento delle forze produttive perché tutti i rapporti sociali fossero condizionati dal processo di produzione: a prescindere dalla forma più o meno sviluppata della produzione sociale, la produttività del lavoro resta anzitutto legata alle condizioni naturali in cui essa si effettua, condizioni che nel comunismo primitivo possono tutte ricondursi sia alla natura dell'uomo, alla razza, ecc., sia alla natura circostante.
Le condizioni naturali esterne si dividono dal punto di vista economico in due grandi classi: ricchezze naturali in mezzi di sussistenza – fertilità del suolo, acque pescose, ecc. – e ricchezze naturali in mezzi di lavoro – cascate, fiumi navigabili, legname, metalli, carbone e così via.

Quest'ultimo modo di ricchezza favorisce il passaggio al capitalismo, che nella sua fase imperialista sviluppata saccheggia mezzi di lavoro e materie prime nel mondo intero, bloccando così lo sviluppo spontaneo al capitalismo nei paesi soggetti al giogo colonialista.
Le condizioni ambientali naturali gravano pesantemente sulle società primitive, il cui basso livello tecnico non permette di sopperire alle carenze locali. Anche se può sembrare paradossale, una natura troppo prodiga "tiene l'uomo per mano come si tiene un bambino con le dande": non fa dello sviluppo una necessità imperiosa della natura. Il comunismo primitivo si è dunque mantenuto in due tipi di regioni di carattere diametralmente opposto: 1. nelle regioni tropicali, ove la natura esuberante evita all'uomo il ricorso all'abilità e all'industriosità per vivere; 2. nelle regioni inospitali, ove i mezzi di lavoro non favoriscono lo sviluppo delle forze produttive: nelle zone periferiche, nelle regioni desolate e deserte, di palude, di montagna o nelle regioni glaciali.
Ad aumentare il numero delle regioni nelle quali lo sviluppo verso la forma capitalista è stato bloccato a uno stadio inferiore della successione delle forme di produzione hanno contribuito anche fattori sociali: la folle ricerca di materie prime e di altre ricchezze a profitto dei paesi capitalistici avanzati non ha fatto che frenare l'evoluzione sociale  di paesi che avrebbero potuto altrimenti accedere più facilmente allo sviluppo moderno, se i mezzi di produzione non si concentrassero  incessantemente e nella maniera più gigantesca nei paesi "avanzati" a causa delle leggi della centralizzazione del capitale [10].
Non è affatto contraddittorio che una natura troppo generosa, che fornisce agli uomini mezzi di sussistenza molteplici e facili da ottenere, eviti loro la fatica di sviluppare mezzi di lavoro  che accelerino la dinamica produttiva e sociale, e che le regioni ingrate giungano allo stesso risultato per la semplice ragione che  sono povere di mezzi di lavoro ed esigono che l'elemento umano naturale si concentri al massimo per compensare questa lacuna.
Per il sorgere effettivo del capitalismo occorre una lunga evoluzione preliminare dei rapporti sociali che possono evolvere solo sulla base di una crescita delle forze produttive e dei mezzi di produzione: condizioni naturali favorevoli forniscono la possibilità, ma mai la realtà del sopralavoro, ossia del profitto e del plusvalore. Non il clima tropicale con la sua vegetazione lussureggiante, ma la zona temperata, è la madrepatria del capitale. Non la fertilità assoluta del suolo, ma piuttosto la diversità delle sue qualità chimiche, della sua composizione geologica, della sua configurazione fisica e la varietà dei suoi prodotti naturali formano la base naturale della divisione del lavoro e, col mutare delle condizioni naturali nel cui ambito l'uomo dimora, lo spronano a moltiplicare e a diversificare i suoi bisogni, le sue facoltà, i suoi mezzi e modi di lavoro.[11]
Marx prosegue spiegando: Le cattive condizioni idrauliche, impedendo l'appropriazione dei frutti della terra per tutto l'anno, spinsero allo sviluppo della forma secondaria nella sua variante asiatica, la più antica e la più ampia, con il bisogno di irrigazione che provocò un rivoluzionamento dei rapporti sociali primitivi.
Le condizioni naturali che determinano la grandezza relativa del lavoro necessario alla vita, e dunque anche il sovraprodotto, trovano degli ostacoli nel modo di produzione già esistente. Ogni ulteriore progresso delle forze produttive può quindi essere raggiunto solo attraverso un mutamento dei rapporti sociali, e questo provoca una prima scissione tra le due condizioni preliminari della produzione con un ribaltamento del loro peso rispettivo. L'umanità entra nella storia, e la produzione umana trova nello scambio mercantile la leva per una produzione allargata e un progresso universale. 

Produzione e distribuzione

Le forme di distribuzione del comunismo primitivo sono collettive, essendo direttamente condizionate dalla prima grande forza produttiva, la comunità, e limitandosi la produzione in grosso ai mezzi di sussistenza. La divisione del lavoro affatto naturale e limitata agli individui nelle loro particolarità fisiche, età e sesso, non intacca affatto il carattere comunitario dell'appropriazione: La prima forma di appropriazione è quella della proprietà  tribale. Essa  corrisponde  a  uno   stadio poco  sviluppato della produzione, in cui un popolo si nutre di caccia, di pesca, di allevamento e, a rigore, di agricoltura. Pastori, cacciatori e agricoltori si riferiscono natural­mente alle condizioni del loro lavoro come alla proprietà della comunità, la quale si produce e si riproduce nel lavoro vivente. L'individuo è proprietario o possessore solo in quanto elemento e membro di questa comunità. L'appro­priazione reale attraverso il processo di lavoro si effettua in condizioni che non sono legate al prodotto del lavoro, ma che appaiono naturali e divine (p. 452).
La distribuzione o ripartizione riguarda non solo i prodotti del processo di produzione, ma anche strumenti e mezzi di produzione, di comunicazione e di trasporto, come pure la distribuzione dei membri della società nell'ambito delle diverse attività produttive. In questo senso, la distribuzione è inclusa nel processo di produzione, di cui determina persino articolazione e forma.
Nel comunismo primitivo senza classi, la distribuzione collettiva è strettamente legata alla produzione, al processo di lavoro e all'appropriazione: essa è regolata collettivamente. Per quel che concerne i prodotti, la distribuzione non è tuttavia egualitaria – contrariamente a quanto vorrebbe una concezione banale.
Se si prende una produzione sociale qualsiasi (ad esempio quella delle comunità primitive indiane, assai vicine allo stato naturale, o quella del comunismo già più elaborato delle tribù peruviane) si può sempre distinguere: tra 1. la parte del lavoro il cui prodotto entra direttamente nel consumo individuale dei produttori e delle loro famiglie, 2. una parte che è consumata nel processo di produzione, e 3. la parte che è sempre sopralavoro, il cui prodotto serve a soddisfare i bisogni generali della società, quale che possa essere la distribuzione del prodotto, e chiunque possa esercitare la funzione di rappresentante di questi bisogni sociali [12]. Bisognerà giungere alla società capitalistica atomizzata nelle minime unità degli individui perché nasca l'idea del comunismo come distribuzione egualitaria che di ciascuno faccia il destinatario del prodotto integrale del suo lavoro, senza alcuna trattenuta e quindi senza plusvalore. Ovvio dire che tale sistema non è comunista, ma sarà sempre individualista e mercantile. Nel comunismo primitivo come in quello superiore, l'individuo mette la propria attività a disposizione della comunità, la quale ripartisce collettivamente – e non privatamente – il prodotto. Marx: ribadisce questa concezione della forma di distribuzione comunista nella Critica al Programma operaio di Gotha, in cui egli polemizza contro la rivendicazione lassalliana insinuatasi nel programma operaio del 1875, secondo la quale "a tutti i membri della società appartiene integralmente il  prodotto della loro giornata lavorativa". Marx insistette sulla necessaria ripartizione del prodotto sociale nelle sue tre componenti, mettendo in luce la dialettica attraverso cui si perverrà alla progressiva soppressione di ogni remunerazione individuale, ossia all'abolizione del salariato. E conclude con la formula comunista: "Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni", che significa: tutto diventerà dono o "plusvalore", lavoro non pagato. Abusando della formula di agitazione contro lo sfruttamento, il passo è breve per giungere a falsamente affermare che il comunismo vuole e può abolire il plusvalore e non ammette che il lavoro necessario, cioè il salario. In realtà, lo scopo cui esso mira è l'abolizione di ogni appropriazione di plusvalore per opera di una parte della società o di individui, e la restaurazione di rapporti sociali in cui i membri di una comunità comunista mangino senza calcolare la somma, il tempo e la misura del lavoro da ciascuno fornito, e in cui dunque tutto diventa sopralavoro donato alla società, cioè, nel linguaggio della società di classe, lavoro non pagato. 

Lo sviluppo estremo del comunismo primitivo 

Nel corso dell'umanità, il periodo più lungo è quello occupato dalle società comuniste primitive, grazie alla loro straordinaria stabilità, indice non di sclerotizzazione e immobilità, ma al contrario di estrema vitalità e plasticità [13]. Proprio in questo periodo si sono infatti operate le trasformazioni più importanti dell'umanità. Come dimostra Morgan nella Società antica (cui si riallacciano pienamente Marx ed Engels), è occorsa più ingegnosità per fare le prime scoperte fondamentali – ad esempio la ruota e il mulino – che per realizzare le sofisticate invenzioni della moderna tecnica.
L'inesauribile dinamismo delle strutture organiche del comunismo primitivo implica la possibilità reale di molteplici e radicali mutamenti delle sue formazioni. Teniamo presente tre evoluzioni essenzialmente differenti: 1. il passaggio precoce del comunismo primitivo alla forma secondaria di produzione; 2. l'evoluzione più o meno rapida verso la forma più alta del comunismo primitivo; 3. il passaggio allo stadio, secondario, terziario, e anche quaternario del comunismo primitivo stesso.
Analizzeremo ora la forma più compiuta raggiunta dal comunismo primitivo, quello dell'Impero inca, che occupava quasi tutta la costa occidentale dell'America del Sud, estendendosi dall'Ecuador, Perù, Bolivia, fino al Cile del Sud. Questo impero fu distrutto nel fuoco e nel sangue dai conquistatori spagnoli tra la fine del XV e i primi decenni del XVI secolo.
Nonostante le affermazioni di Marx sull'indubbio carattere comunista della società inca del Perù, questa viene da alcuni commentatori collocata tra le prime società di classe. L'ideologia borghese fa loro scorgere i rapporti di classe ovunque, persino nella lotta per la vita degli animali, in cui Darwin ravvisa la legge borghese della concorrenza. Solo l'integrale concezione del marxismo permette di non deformare i rapporti del passato col proiettarvi le moderne concezioni, che diffamano le società primitive del comunismo criticandole attraverso l'ottica borghese.
Wittfogel, il teorico della terza Internazionale per le questioni asiatiche, pretendeva che la società inca appartenesse – come le società dell'Egitto e di Babilonia – alla forma di produzione ASIATICA semplice, che egli distingueva dalla sua forma sviluppata, diffusa nell'India e in Cina all'epoca dell'incursione dei colonialisti. Questa teorizzazione ebbe un ritorno di fiamma quando Wittfogel, rotti i ponti col comunismo, si mise al servizio dell'imperialismo americano e propagò i suoi lavori sul dispotismo asiatico. Alcuni suoi lavori del periodo rivoluzionario restano nondimeno notevoli, soprattutto per la copia di dettagli sulle condizioni fisiche che hanno determinato la produzione delle società antiche, sebbene Wittfogel difetti un po' di dialettica per collegare queste condizioni fisiche con i rapporti sociali e storici quali li sottolinea Marx ad esempio nei Grundrisse (che Wittfogel all'epoca non conosceva ancora).
L'impero del comunismo primitivo del Perù continuava dunque a sussistere quando la forma asiatica si era già sviluppata da millenni nel Medio Oriente mediterraneo, nell'antico Egitto, nella Caldea, a Babilonia, ecc, dove secondo Engels nacquero i rapporti mercantili che avrebbero condotto allo sviluppo delle società di  classe: la legge mercantile del valore di Marx abbraccia dunque un periodo che dall'inizio dello scambio, che trasforma i prodotti in merce, arriva fino al XV secolo della nostra era. Orbene, lo scambio di merci risale ad un'epoca preistorica che ci riporta in Egitto e Babilonia rispettivamente a 3.500 (forse 5.000) e 4.000 (forse 6.000) anni prima della nostra era [14].
Questa straordinaria ricchezza dello sviluppo umano implica un intrecciarsi di forme originali diverse e persino contraddittorie: mentre la forma inca rappresentava il comunismo primitivo, l'Egitto, Babilonia, ecc., rappresentavano l'inizio dell'evoluzione verso la legge sviluppata del valore del capitalismo, che apparirà all'inizio del XV secolo. Chiedersi se questi pionieri della legge del valore siano più degni di ammirazione di quelli che hanno spinto la forma arcaica al suo massimo sviluppo, equivale a confessare di non aver compreso nulla del nostro tema, che consiste proprio nel distinguere le caratteristiche essenziali di ciascun modo di produzione e non nel confondere le forme sociali dell'Impero inca con quelle dell'Egitto e di Babilonia.
L'errore di Wittfogel è tuttavia ancora meno grave di quello degli stalinisti, i quali nel corso dell'ultima carneficina imperialista si sono alleati con la democrazia occidentale e vedono ipocritamente il diavolo del lotalitarismo ovunque non regni il liberalismo. Per poter affermare che l'impero inca era uno Stato schiavista costoro hanno aggiunto una nota al libro I del Capitale di Marx: l'infetto macellaio degli Incas, Pizzarro, si è certamente rivoltato nella tomba per la gioia: massacrando gli indiani del Perù e rovinando il loro Stato e i loro rapporti sociali egli aveva lottato per la libertà. Era dunque un vero e proprio emancipatore, come davano ad intendere gli odiosi missionari colonizzatori. Ma a scorno di tutti i falsificatori passati presenti e futuri, Marx non consente dubbi quando evoca la produzione sociale "del comunismo già più elaborato delle tribù peruviane".
Le citazioni di Marx che spiegano come egli sia giunto a questa definizione, ci permetteranno di enucleare ancora alcuni tratti distintivi del primo comunismo: Marx insiste qui su due criteri essenziali che distinguono le società di classe dal comunismo (primitivo o superiore): quest'ultimo ignora sia il denaro, sintesi del carattere mercantile dei prodotti, sia la mercantile divisione del lavoro, che scinde la società in gruppi e classi con interessi divergenti e opposti.
Egli scrive nei Grundrisse: "Esistono società le cui forme sono molto sviluppate, eppure storicamente meno avanzate. Vi si trovano le categorie più evolute dell'economia, quali la cooperazione, la divisione sviluppata del lavoro, ecc., senza che esista la minima traccia di denaro: tale è il caso del Perù" (p. 27).
Marx chiarisce in seguito la fondamentale distinzione tra la "ripartizio­ne del lavoro" comunista (espressione della molteplicità delle diverse produzioni volte a soddisfare i crescenti bisogni del lavoro, che non fraziona la società ma integra anche gli uomini in un insieme unitario) e la divisione del lavoro mercantile (che separa i produttori e li oppone tra loro e ai non-produttori): l'ipotesi che i soggetti dello scambio producano valori di scambio non presuppone una divisione del lavoro in generale, ma una forma specifica di questa. In Perù, ad esempio, il lavoro era ben diviso come pure nelle piccole comunità auto sufficienti dell'India. Ma, in questi casi, la divisione del lavoro non implica una produzione fondata sul valore di scambio, ma al contrario una produzione più o meno direttamente comunita­ria (p.  1098).
In Per la critica dell'economia politica, Marx precisa infine: Fra i peruviani, ad esempio, il lavoro era estremamente diviso, benché non vi avessero luogo scambi privati, né scambi di prodotti sotto forma di merci (cap. I, fine).
In breve, l'elemento caratterizzante la produzione comunitaria è il fatto che i prodotti non si trasformano in merci. I membri della comunità si trovano socializzati in maniera diretta per la produzione, mentre il lavoro è, ripartito secondo la tradizione e i bisogni esattamente come i prodotti, nella misura in cui arrivano al consumo. Questa produzione immediatamente sociale, così come la ripartizione diretta, escludono qualsiasi scambio di merci, e quindi qualsiasi trasformazione dei prodotti in merci (per lo meno all'interno della comune) e conseguentemente in valori.[15]
Nel Perù, in assenza della misura del valore o del denaro, l'amministrazione e la contabilità dovevano essere molto sviluppate e centralizzate, come per ogni organismo vivente. Ma l'economia era totalmente naturale. Ogni, funzione, ad esempio nella società delle api, è indispensabile alla vita di tutti (pur non "lavorando fisicamente" come le "operaie", i maschi e la regina hanno un ruolo ben preciso, e quando sono troppo numerosi per ricoprirlo, vengono eliminati; in ogni caso, non sfruttano le operaie e non creano settori produttivi  destinati al proprio uso, privi di interesse per l'insieme). Tale società ha costituito l'esempio più straordinario dell'adattamento dell'uomo a condizioni ambientali particolari in un'epoca di minimo sviluppo delle forze produttive: ciò spiega la tenacia di queste forme, e la loro fragilità di fronte all'invasore bianco, facile vincitore grazie alla superiorità militare assoluta dell'infinitamente più avanzata e produttiva forma di produzione capitalistica.
In tutte queste società comuniste, la produzione avviene in comune e le strutture sociali sono fondate sulla consanguineità. Costruite come un albero genealogico, non vi si entra se non si è parenti naturali o adottivi.
La società di classe con oppressi e privilegiati che qualcuno ha voluto vedere nella società inca, era solo una società nella quale alcuni gruppi esercitavano certe specifiche funzioni che conferivano loro apparentemente vantaggi e autorità.
Engels rileva a questo proposito che non esistono lavori effettuati in comune senza una autorità (che nel comunismo superiore potrà essere indifferentemente esercitata dall'uno o dall'altro, in quanto sarà ormai staccata da una persona fissa, in seguito all'abolizione anche a livello individuale della divisione del lavoro o professione stabile). Ma egli distingue subito tra l'autorità di una volontà che impone una decisione ad un'altra, il che è inevitabile quando si vive in società e si collabora ad una stessa opera, e una autorità che comporta subordinazione e sottomissione, ossia una forma di società sfruttatrice che utilizza una struttura di costrizione a profitto di una minoranza di oziosi gaudenti. Nella società inca, le stesse funzioni "nobili" e "superiori" erano necessarie all'avanzamento armonioso dell'insieme. Siamo qui nella forma più sviluppata del comunismo primitivo, che annuncia già i gruppi privilegiati che nelle successive forme secondaria e terziaria evolveran­no in classi – ciò che per il marxismo rappresenta un progresso.
Nell'Anti-Dühring Engels spiega come queste funzioni particolari non siano legate a classi: In ognuna di queste comunità, esistono sin dal principio certi interessi comuni, la cui salvaguardia deve essere affidata ad alcuni individui, se anche sotto il controllo della collettività: giudizio sulle controversie, repressione degli abusi di singoli che vanno al di là dei loro diritti, controllo delle acque, soprattutto nei paesi caldi e, infine, dato il carattere primitivo e selvaggio della situazione, funzioni religiose. Simili attribuzioni di funzioni si riscontrano in ogni epoca nelle comunità primitive, l'urne nelle più antiche comunità della marca germanica, e ancor oggi in India ( Teoria della violenza, IV).
Nel comunismo primitivo non esistevano dunque, di conseguenza, sovrastrutture (di coercizione) politiche, giuridiche o ideologiche, caratteriz­zate da funzioni separate dal controllo della comunità, che veniva esercitato nelle assemblee collettive.
Engels descrive entusiasticamente, sull'esempio dei pellirossa, l'organiz­zazione del comunismo primitivo: La grandiosità ma anche il limite dell'organizzazione gentilizia consiste nel fatto che non vi è posto, in essa, per il dominio e il servaggio. Al suo interno non vi è ancora alcuna distinzione tra diritti e doveri. Per l'indiano il problema se partecipare agli affari pubblici, se praticare il taglione o altri modi di riparazione, sia un diritto o un dovere, non esiste: gli parrebbe altrettanto assurdo quanto il chiedersi se mangiare, dormire, andare a caccia sia un diritto o un dovere.[16]
All'inizio non esiste che una distribuzione molto elementare degli uomini tra le diverse branche di attività corrispondenti a funzioni e compiti indispensabili al buon andamento della collettività, e determinate dalla loro utilità (valore d'uso, e non di scambio). La divisione del lavoro non è stabile: il lavoro cambia con l'età, come è normale, e il lavoro delle donne corrisponde in certe tribù ad attività svolte in altre tribù dagli uomini. Se pure la fabbricazione di armi e utensili richiede un determinato orientamento, non per questo l'uomo è condannato a vita a uno stesso mestiere. La divisione del lavoro in base all'età e al sesso esclude comunque l'esistenza delle classi, per il semplice motivo che i due sessi sono necessari per conservare e riprodurre una classe, pena la sua estinzione. La divisione naturale del lavoro è non ereditaria, ma passeggera.

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[1] Cf. Engels, l'Origine della famiglia, Ed. Riuniti, Roma 1976, cap. Vili, p. 1 86, La formazione dello Stato presso i tedeschi. Le nazionalità sono progressive solo nel corso di una fase storica – finché non sfociano nelle nazioni borghesi, determinate in maniera più specificamente politica. C'è forse bisogno di ricordare la formula del Manifesto, secondo cui il comunismo abolirà le nazionalità?
[2] Cf. Engels, il Ruolo del lavoro nella trasformazione della scimmia in uomo, studio redatto nel 1876 e pubblicato nella Neue Zeit del 1895-96. Ora in Marx-Engels, Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1974.
[3] Da qui alla fine del capitolo, il testo corrisponde grosso modo alle prime pagine della III sezione del Capitale I, La Produzione del plusvalore assoluto, in cui Marx definisce le parti componenti il processo lavorativo.
[4] Cf. Marx, la Critica del Programma operaio tedesco di Gotha (1875), la citazione è nella prima pagina a confutazione della tesi socialdemocratica, secondo la quale il lavoro è la sola fonte della ricchezza ... e della cultura.
[5] Cf. Marx, Il Capitale I, cap. XII, 4.
[6] La distinzione tra la terra, oggetto di lavoro, e il bestiame, mezzo di lavoro o di produzione, riveste una fondamentale importanza sotto il capitalismo, poiché la terra  darà luogo  alla rendita fondiaria, reddito dei proprietari fondiari, e il bestiame al profitto, reddito dell'imprenditore capitalista, il fittavolo borghese.
[7] Cf. Engels, l'Origine della famiglia ecc., cap. V, Genesi dello Stato ateniese, Ed. cit p. 140.
[8] Cf. Marx a Vera Zasulic, primo abbozzo, fine febbraio-inizio marzo 1881.
[9] Cf. Engels, l'Origine della famiglia, ecc., cap. V, Genesi dello Stato ateniese, Ed. cit. p. 141.
[10] Cf. Marx, Grundrisse, Ed. Riuniti, Torino 1976, p. 20.
[11] Per prolungare la sua esistenza, lo stesso capitalismo frena nella sua fase senile lo sviluppo della produzione nei paesi non ancora sviluppati, concentrandosi sempre di più nelle metropoli. Marx riteneva di conseguenza che, in date precise condizioni di vitalità e di ampiezza del comunismo primitivo, era preferibile evitare ad alcuni paesi il passaggio attraverso l'inferno capitalista.
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È la questione che egli pone nei vari abbozzi della lettera a Vera Zasulic, e nel passo della prefazione russa al Manifesto: "Il problema che si pone è di sapere: l'obcina russa, forma dell'arcaica proprietà comune del suolo, potrà, dal momento che è già in gran parte scossa, passare direttamente (in collegamento con la rivoluzione d'Europa occidentale che le fornirà i mezzi tecnici con aiuto fraterno da cui ogni traccia mercantilistica sarà scomparsa) alla superiore forma comunista della proprietà collettiva? O dovrà invece percorrere prima lo stesso processo di dissoluzione che caratterizza lo sviluppo storico dell'Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa darà il segnale a una rivoluzione proletaria in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l'attuale proprietà collettiva russa potrà servire di punto di partenza per una evoluzione comunista".
[12] Cf. Marx, Il Capitale I, sez. V, cap. XIV, Plusvalore assoluto e relativo, Ed. Utet Torino 1974, p. 663.
[13] Cf. Marx, Il Capitale III, sez. VII, cap. 51, Rapporti di distribuzione e rapporti di produzione. Da notare che in questo passo Marx colloca la società Inca nel comunismo primitivo e non, come certi autori, nella forma asiatica, col pretesto dei suoi rapporti sociali elaborati.
[14] Cf. la dimostrazione più dettagliata della capacità vitale del comunismo primitivo in confronto alle ulteriori forme di produzione sempre più antagonistiche, nel volume di prossima pubblicazione: Schieramento attuale delle forze in urto, cap. Campo di forze e periodizzazione, Ed. 19/75.
[15] Cf. Engels, Prefazione al III Libro del Capitale, Roma, Ed. Riuniti, 1968, p. 39.
[16] Cf. Engels, Anti-Dühring, sez. III, cap. IV, Opere XXV, Ed. Riuniti, Roma 1974.


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